< Torna alla home
Licenza Creative Commons
Stampa l'articoloStampa l'articoloInvia via mailInvia via mail

Prima non c’erano ne le cartucce e ne i dischi blu ray, e per giocare ad un videogioco dovevamo prepararci un’ora prima perché il Commodore 64 e Amiga era di una lentezza disumana. E le novità spettacolari le si trovava solo in sala giochi dove ragazzini dalle cartelle troppo pesanti, come in uno stato straniero, dovevano cambiare le monete nella valuta di quella nazione di divertimento: i gettoni.

Ma la cosa che ricordiamo con maggior nostalgia sono i colori, una tavolozza di tonalità semplici, sgargianti, senza alcuna sfumatura. Colori meravigliosamente piatti così privi di dettegli e ombre che scatenavano la nostra fantasia. Una monetina, e una musica ripetitiva e metallica annunciava l’inizio del gioco. Non si poteva scegliere molto, nessuna possibilità di personalizzare e se giocavi al calcio qualunque maglietta monocromatica ti faceva immaginare i tuoi campioni. Era il tempo dei pixel colorati giganti, dove si dovevano interpretare le forme e i colori come nel test delle macchie di Rorschach. C’è chi in un pixel rosa pallido ci vedeva Maradona o Van Basten, e chi pretendeva di salvare una principessa con un paio di pixel rossi e blu. Era un mondo fatto dagli occhi di chi lo guardava e dall’immaginazione di chi ci giocava.

Oggi, i draghi sfoggiano scaglie variopinte all’interno di scenari fantasy, sputano fiamme, sono spaventosamente in alta definizione, con una mole gigantesca e talmente tanti colori e sfumature da non averne più nessuno in particolare, mentre prima eravamo abituati a draghetti simpatici monocromatici verdi o blu, dolcissimi e rotondi, con un sorrisetto gentile e la propensione a sparare bolle di sapone inoffensive.

A quei tempi il sangue era rosso, la pioggia era bianca, il prato una tavola verde e il sole giallo non troppo tondo, persino i fantasmi era variopinti e così lontani dalle creature spaventose e orripilanti di oggi, perché quel mondo dei video-giochi era così sorprendentemente lontano dalla realtà da essere un vero inno al sogno e all’inventiva. Allora è normale che scatti la nostalgia di quei bei vecchi colori così pieni, così sicuri, senza luci o ombre, ma con dentro la scintilla della fantasia. Forse è per questo che sono in molti a voler resuscitare quel mondo meravigliosamente imperfetto, straordinariamente colorato, dove non si usano parolacce come joypad, kinect e alta definizione.

E questo amarcord è contagioso, infatti sono oramai tanti i musei del videogame, gli emulatori per rigiocare ai grandi classici e le rassegne dedicate a questo mondo ludico a colori.

Quindi appuntamento a Roma dove a aperto VIGAMUS, il Museo tutto italiano del Videogioco.
Una mostra permanente sulla storia del videogioco, con oltre 250 oggetti esposti, 1.000 metri quadrati per rivivere un mondo in bassa definizione ma ad alta concentrazione di colore e fantasia.

Perché molto meglio dell’amarcord di qualcosa è l’am-arcade.  

Articolo precedente Articolo successivo